La legge del Kanun: sepolti vivi


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Per arrivarci, bisogna attraversare due volte il fiume Drini. Siamo ai piedi delle Alpi albanesi, verso Kukes, il confine con il Kosovo, in quella che chiamano la pianura alluvionata, perché è sempre arida o allagata.  Il villaggio si chiama Vignel ma ci abitano ormai in pochi così lontano e irraggiungibile fra rocce, torrenti e fango. Alla fine arrivi a una piccola casa bianca nascosta dove trovi una donna, Vera, e i figli: il più grande è Fler.

 Fler VathiE’ molto triste vivere così, non posso andare a scuola, non posso vedere il mondo, mi sento un sepolto vivo, il mio unico compito è di far sopravvivere le piccoline, la mia vita è per loro

Fler ha quattordici anni. Il fratellino, Pashk ne ha dodici, poi ci sono le sorelline, Sidorella di dieci, Aurela di otto e l’ultima, Spresa (che in albanese significa speranza) che ne ha cinque e che non è mai uscita di casa perché è nata quando il padre è entrato in carcere. Sì, una famiglia sepolta viva, vittima della cosiddetta legge del Kanun, o codice della vendetta. Marin Vathi, il marito di Vera, era il capo del villaggio. Cinque anni fa uccise un uomo per vendicare la morte del fratello, rispettando tradizioni che risalgono a sei secoli fa. E’ stato arrestato e condannato per omicidio. Deve stare in galera altri dieci anni. Per sfuggire alla faida tutta la sua famiglia deve autosegregarsi.

Vera VathiDire che è un inferno è poco. Non posso sperare che in Dio e nell’aiuto di pochi volontari che sfidano la legge per aiutarci.  Lo Stato mi dà per tutta la famiglia, e siamo in sei,  2700 lek al mese, venticinque euro, di sussidio. Faccio il pane da sola, ho qualche gallina e i piccioni. Avevamo un maiale e l’ho dovuto vendere perché sto male e avevo bisogno di medicine. Da cinque anni viviamo così e ne abbiamo ancora il doppio davanti. Non so se ce la farò”.

La legge del Kanun fu introdotta nel 1400 dal principe Lek per regolare la vita sociale nelle zone più arretrate del Paese, soprattutto al nord. Congelato per cinquant’anni durante il regime di Enver Hoxha è stato riportato in forma scritta e riesploso nei primi anni 90. Il codice fissa in maniera rigorosa il diritto di vendicare l’uccisione di un proprio familiare colpendo i parenti maschi dell’assassino fino al terzo grado. In alcune zone è considerato addirittura un obbligo, per evitare il disprezzo della collettività e la completa emarginazione. Negli ultimi anni il diritto alla vendetta si è addirittura allargato a  donne e bambini contro le stesse regole del principe Lek e contro, soprattutto, le leggi dello Stato.  Adesso sono mille le famiglie autorecluse, cinquemila persone, compresi cinquecento bambini in età scolare, almeno un terzo considerati ad altissimo rischio. Ma fino a qualche anno fa era anche peggio, molto peggio. Le famiglie sepolte vive erano duemila.

 Gijn Mekshi (volontario “Madre Teresa di Calcutta”) La situazione è ancora drammatica, anche se sta lentamente migliorando rispetto a qualche anno fa, soprattutto al 2000 dove la vendetta era usata anche per scopi criminali, addirittura resa impunita da uno Stato distratto da altri problemi. Adesso chi uccide, anche per il cosiddetto onore, va in galera ed è già un deterrente importante. L’unica strada per uscire da un sistema medioevale è di usare la stessa legge del Kanun che prevede la fine della faida con il perdono della famiglia offesa. Abbiamo costituito un’associazione, intitolata a Madre Teresa di Calcutta, che si batte proprio sul piano culturale. Abbiamo fatto far pace a molte famiglie in guerra, ma il compito è ancora lungo e difficile”.

Il rispetto, contro ogni regola di convivenza sociale, di leggi medioevali non riguarda certamente solo zone isolate, ma città importanti, come Tropoje. O come Skutari, capoluogo di una regione ricca di storia e lanciata verso una grande rinascita economica, fra i simboli della nuova Albania dove si è riusciti addirittura a battere il traffico scellerato di donne e bambini, per non dire di armi e di droga, su un lago tornato paradiso dei turisti. Ma il Kanun è troppo forte, ancora. Entriamo in una casa di periferia dove forse è più evidente il drammatico disagio di famiglie che per sfuggire alla morte devono rifiutare la vita, un luogo finora impenetrabile a cui ci permettono di accedere. Forse il primo segno di una svolta.

 Jon Dena: Tutto è cominciato quando mio nipote Gorge, che faceva il poliziotto, ha ucciso un altro poliziotto, a Linza, vicino a Tirana. Questioni personali. Stavamo bene, eravamo riusciti a superare bene la crisi albanese, gli anni della rivolta. Da quel giorno però tutta la nostra grande famiglia ha infilato la strada della rovina. E’ come se da allora, sei anni fa, fossimo morti tutti. Non abbiamo presente e non abbiamo futuro”.

Le famiglie a rischio di faida, per quel delitto, sono sette. Qui dentro vivono tre famiglie, quella di Jon e quelle dei due figli, diciotto persone in tutto, undici minori. L’omicidio è avvenuto sei anni fa: Matteo che ha quattro anni e Mario che ne ha tre non sono mai usciti nella loro giovanissima vita. E naturalmente neppure Denis, l’ultimo arrivato, che si è infilato in questa scia di sangue solo due mesi fa.

 Ndue Dena:E’ una legge assurda, antica e lo Stato si occupa poco di noi vittime. Nessuno di noi, chiuso qui dentro, può lavorare e di cosa possiamo vivere se non di assistenza? Sapete quanto danno per un nucleo di diciotto persone? In tutto quaranta euro al mese, ditemi voi se si può vivere così”.

 Kol Dena: So di non avere un futuro, non sono ancora vecchio e già il destino mi ha trasformato in un vegetale. Ma non penso a me, la mia famiglia l’ho creata ma il mio pensiero e il mio impegno sono ora disperatamente per Anton, mio figlio. Ha sedici anni, non può morire così, devo farlo scappare a tutti i costi, mandarlo via dall’Albania”.

Anton, il figlio di Kol, forse è quello che soffre di più. Va in bicicletta in quei pochi metri di cemento, sembra una giovane belva in gabbia. Sognava di fare il calciatore, prati verdi, libertà. Ma ancora non ha rinunciato: si vede dagli occhi, che noi abbiamo visto.

Chi non ce la fa, scappa. Le storie di Kanun, come le chiamano qui, sono tante. E una più drammatica dell’altra. Vicino al cimitero di Skutari troviamo altro odio e persone da aiutare.

 Lule Lulace :Una volta almeno il Kanun risparmiava donne e bambini. Adesso non ci sono più regole, si va addirittura oltre quel maledetto codice d’onore. Mio cognato Dila Kuvendi è scappato all’estero e allora hanno ucciso per vendetta la moglie, mia sorella. Così ho  preso con me  le due mie nipotine e sono diventate le mie figlie”.

 La signora Lule non spiega molto del delitto che ha scatenato la faida, ancora soffre troppo. E ha paura. Mentre stiamo lì arrivano i cosiddetti angeli, i volontari delle associazioni che hanno deciso di aiutare queste famiglie. Scaricano aiuti alimentari, quello che hanno raccolto, passano ogni mese. In attesa del perdono, permettono alle vittime vere di sopravvivere.

Kastriot Faci (volontario “The Door”)L’Albania va avanti, è un Paese in forte crescita ma resistono ombre pesanti del passato che vanno cancellate. Il Kanun è uno dei problemi perché parte dall’interno, dalla nostra cultura, ma ci battiamo per altre emarginazioni importanti, per i disabili, per i rom, per i poverissimi. E soprattutto per stroncare autentiche piaghe come il traffico di bambini. Pian piano otteniamo risultati e questo ci dà la forza per andare avanti”.

La conclusione più bella sarebbe un’immagine di speranza, la capacità ancora di sorridere di quelle due bambine piccoline, bionde, tenere. Ma quel sorriso dovete solo immaginarlo, perché siamo convinti che loro avranno presto un futuro. Dove il passato non deve esistere più, neppure nei ricordi.

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